Se piove a Bruges

A vederla così piccolina non lo si direbbe proprio, eppure Bruges è stata una delle città più importanti d’Europa tra il dodicesimo e il quindicesimo secolo. I suoi canali erano collegati al mare e per diversi secoli è stata un vivace centro di scambi commerciali. Del suo ricco passato sono rimaste molte testimonianze: l’architettura fiamminga, i palazzi aristocratici e le chiese del centro storico, che dal 2000 è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. Un lungo fine settimana è il momento ideale per visitare a fondo la “Venezia delle Fiandre” e viverla senza stress, rigorosamente a piedi.

Purtroppo in Belgio il bel tempo non è garantito, soprattutto nelle stagioni intermedie: fortunatamente a Bruges ci sono diversi musei nei quali rifugiarsi durante i pomeriggi piovosi. Gli appassionati di arte non potranno mancare il Groeningemuseum, con opere dei più importanti rappresentanti della scuola pittorica dei fiamminghi primitivi (su tutti Jan van Eyck) o il Memlingmuseum, all’interno del St. Janshospitaal, dove in una cappella del dodicesimo secolo sono raccolte le principali opere di Hans Memling.

Ma anche chi non ha idea di chi fossero i “Coniugi Arnolfini” o non subisce il fascino delle pitture a olio del 1400 può trovare soddisfazione dall’offerta museale di Bruges. Accanto a quelli d’arte ci sono infatti anche musei sul tema di piaceri più “prosaici”. Ad esempio, il Friet Museum, dedicato alle patate fritte, la gustosissima specialità di cui nessun turista in Belgio può fare a meno. Il museo propone un viaggio nella storia del famoso tubero: tutto sulle patatine, dalla terra alla frittura, passando anche per l’arte e il cinema.

Per accompagnare un croccante cartoccio di patatine non c’è nulla di meglio di una birra e anche per quella Bruges ha un luogo speciale.

Nel complesso industriale del birrificio Halve Maan si trova un vero e proprio museo, che propone una visita guidata alle antiche sale, collezioni di bicchieri (ogni birra belga ha il proprio bicchiere e va bevuta esclusivamente in quello!) e negozio in fondo al tour, dove è possibile acquistare la famosa birra del giullare. Qui viene prodotta infatti la Brugse Zot, il cui logo si incontra ovunque a Bruges e che deve la sua origine a una leggenda.

Pare che gli abitanti di Bruges avessero organizzato una grande parata di giocolieri, giullari e altri “mattacchioni” di professione, per accogliere l’imperatore Massimiliano d’Austria. Lo scopo era richiedere denaro per aprire una scuola di giocoleria. Il monarca tuttavia rifiutò: i giullari a Bruges erano già troppi e, a suo dire, non c’era bisogno di crearne altri. L’omino dal sorriso folle e il cappello con le punte è rimasto quindi uno dei simboli degli abitanti di questa città, che però nei loro modi non ricordano affatto questo personaggio stralunato, essendo in realtà gentili e ospitali in modo molto discreto.

ma poi non è detto che a Bruges debba per forza piovere…

Addio alla Tacheles (o Requiem per un ricordo mancato)

Nessuno ha bisogno di scoprirlo leggendo questo blog.  Io non ci ero mai stata. Anche perchè Berlino ancora manca nel mio zaino. Non sono mai stata a Berlino! Che vergogna. Lo so. Rimedierò.
Però avrei voluto andarci, alla Tacheles. Era un omaggio alla fanciulla malvestita, piena di sogni e che credeva nell’arte come religione; una che vedevo sempre una volta quando mi guardavo allo specchio. Per questo motivo una foto della controversa galleria berlinese è tra le prime sulla board “Wishlist” su Pinterest.
Avrei potuto incaponirmi nei mesi scorsi e farci un salto… invece di giocare alla formichina risparmiosa & coscienziosa e passare l’estate a casa. Io ho risparmiato & coscienziato ma uno dei miei piccoli sogni è lo stesso morto di freddo. E allora a cosa è servito?
Oggi mi sento come mi sono sentita nell’agosto del 2005, davanti alle immagini di Katrina che spazzava via New Orleans. Un nodo alla gola e voglia di piangere. Un posto che avrei voluto vedere e sul quale mi ero costruita tante fantasie, morto così, senza saperlo, senza avermi regalato un ricordo. Mi rendo conto che la tragedia dell’uragano ha recato danni molto più ingenti e oggettivi dell’aborto di un mio ricordo, ma a me hanno suonato in testa le campane.
Lì ho capito che dovevo viaggiare, perchè il mondo cambia, le esperienze finiscono, i grattacieli vengono distrutti, le città spariscono sotto l’acqua (o soccombono sotto il peso del turismo di massa ma lì il discorso diventa articolato…) e io mi chiedo:
“Cosa ci stiamo a fare su questo pianeta se non lo conosciamo?”
fonte: Wikipedia

La bella del Ticino. 24 ore a Pavia

Il primo dei miei contributi a Hostel Lombardia il blog della rete degli ostelli lombardi.
Ora che l’estate si allontana ogni giorno di più, è tempo di mettere da parte il costume e dedicarsi alle gite fuori porta. Perchè non passare un week-end a Pavia? Voilà un piccolo itinerario di Pavia, per gironzolare nella bella città lombarda.

A soli 20 minuti di treno da Milano, Pavia è la classica piccola città tranquilla ma vivace, dove passare un fine settimana, senza annoiarsi né stancarsi troppo.

piazza della Vittoria

Il centro storico si può girare tutto a piedi e chi ama l’architettura romanica, qui può farne una scorpacciata: il Duomo, San Pietro in ciel d’oro, San Giovanni Domnarum e le molte torri, sono solo alcuni degli esempi. La parte meridionale del centro è fitta di viuzze e vicoli pittoreschi. Le signore devono però fare attenzione alle calzature: l’antica pavimentazione delle strade è costituita da pietre tonde a rilievo, quindi meglio evitare tacchi o ballerine dalla suola sottile che danno la sgradevole sensazione di “camminare sulle uova”.

Per riposare i piedi ci si può fermare tra piazza della Vittoria e corso Strada Nuova per un gelato, un aperitivo e un po’ di shopping: i negozi più famosi di Pavia rimangono le pelliccerie, ma ci sono molte altre vetrine cruelty-freealla quali ci si può dedicare senza problemi di coscienza… Pavia è anche un’importante sede universitaria; qualche pezzo di merchandising dell’Ateneopotrebbe essere forse il souvenir più originale di Pavia.
Una volta percorsa la centralissima Strada Nuova ci si trova davanti al Ponte Coperto: attraversandolo si arriva a un quartierino che è un vero bijoux:  l’antico villaggio di Borgo Ticino, abitato un tempo da pescatori e lavandaie. Una sorta di “Trastevere pavese”, con vicoli e piccole case. Le più graziose sono sicuramente quelle sulla riva del fiume: percorrendo i vicoli vedono in diversi punti i livelli raggiunti dal fiume durante le piene negli ultimi tre secoli.

Il Ponte Coperto
Il social network del Burgh 🙂  
Anche la statua lignea di Giovanni Nepomuceno, patrono degli annegati, che si trova nella cappella centrale del ponte, ricorda come la convivenza tra l’uomo e l’acqua si fondi sempre su un equilibrio delicato.
Il tramonto è l’orario ideale per una passeggiata a Borgo Ticino; se siete fortunati ci sarà ancora qualche pescatore in barca a cui scattare una foto, in caso contrario si possono immortalare le imbarcazioni attraccate al molo, che propongono escursioni e minicrociere tra il Po e il Ticino.

Un suggerimento per la notte

 

L’ostelloSanta Maria in Betlem si trova proprio nel cuore di Borgo Ticino ed è annesso all’omonima chiesa parrocchiale. Una curiosità sul nome: la chiesa si trova sul percorso seguito anticamente dai pellegrini per recarsi in Terrasanta e fino al quattordicesimo secolo dipendeva dal Vescovo di Betlemme. Pur vivendo all’ombra di un edificio storico, l’ostello, è moderno e molto pulito: è stato ristrutturato infatti nel 2011. Ha sei camere e 20 posti letto e un incantevole giardino, in parte coltivato ad orto, dove gli ospiti si possono rilassare dalle fatiche del viaggio, in una vera e propria oasi di pace.

Qui il link ad Hostel Blog

Una domenica agostana-artistico-cultural-bolognese

Nel pomeriggio di ieri mi risuonava in testa la canzone di Battisti, quella che parla di “chiedere gli opuscoli turistici della mia città” o “parlar di sugelati rincarati”. Queste due esperienze, secondo me, sono ugualmente stimolanti. Non mi stuzzica mai l’idea di fare la turista in casa, ma ieri potevo scegliere tra il divano olimpico e l’abbruttimento a bordo vasca di un’affollata piscina cittadina. Così ho deciso di prendere il treno a andare per musei, in una Bologna agostana e semideserta. Per non scontentare nessuna epoca storica, ho scelto il Museo Civico Medievale e il MamBO.

Un ipotetico turista che scende dal treno e si incammina verso il Nettuno incrocia quasi subito una delle più note istituzioni cittadine: Spongano, il sassofonista con i cani chow chow. Il famoso musicista di strada (che raramente suona, più spesso sta lì a far delle chiacchiere) negli ultimi 15/20 anni è stato visto con due chow chow, poi con un chow chow, poi nessun chow chow, ora un cucciolo di chow chow, e raffigura perfettamente il cerchio della vita (in questo caso dei chow chow).
Ma tutto ciò resta ignoto al turista, che prosegue il suo percorso dritto verso Piazza Maggiore.

Per immedesimarmi meglio, faccio come prescrive Battisti e vado a caccia di numerosi opuscoli. BENE, per l’ufficio informazioni turistiche aperto e per il numero di volantini a disposizione. MALE, perchè i suddetti volantini sono davvero troppi, alcuni solo in italiano e in generale comunicano l’idea di un’offerta turistico-culturale poco coordinata e chiara.

Un’ampollina deliziosa che mi sarei portata a casa

Torno indietro al Museo Civico Archeologico, in cerca della mostra sulle armi ottomane (di cui ho scoperto su Internet, all’ingresso del museo non è segnalata). Si tratta di un allestimento di una sola stanza, ma non fa nulla. Il museo è sempre interessante, ogni tanto fa rivisto.

Poi, rotta verso il MamBo. Per un attimo non mi ricordo come ci si arriva ma non mi preoccupo… “ho tanti depliant in borsa”. In realtà nel materiale raccolto non c’è nulla che mi torni utile. Ho un opuscolo su tal “Genius Bononie – musei nella città”, mi illude che potrei trovare indicazione su tutti i musei, invece c’è solo un percorso tra “edifici nel centro storico, restaurati e recuperati all’uso pubblico”, mentre il libretto “Bologna Contemporanea” parla dei festival in corso dell’anno ma non specifica le location, dunque “dove resta” il Mambo ancora non lo so. Allora sforzo la memoria e ritrovo la strada, ma un vero turista come farebbe? Come farebbero Battisti e Mogol?

foto da arassociati.webfactional.com

Visitare il MamBo, come molti musei di arte contemporanea, è un’esperienza che mi piace sempre: è un collage di sensazioni, il silenzio, l’improvviso “colpo” di un’opera eloquente, gli spazi bianchi. Ho visitato anche l’esposizione temporanea di Pleman Dejanoff, suggestiva ma oggettivamente poco spiegata. Se l’arte contemporanea offre un percorso emozionale più che intelletuale, questo museo fa bene il suo servizio. Altrimenti non so.

Per concludere, un drink analcolico (leggi succo di pompelmo) all‘Ex Forno, caffè ristorante del museo. Anche qui, solitudine pressochè totale, al punto che i baristi mi invitano a bere un cicchetto per festeggiare le ferie di uno di loro. (Uno in meno a Bologna… sempre più agostana e deserta)

In chiusura,  
qualche numero:
Museo Civico Archeologico: euro 5
MamBo: euro 6
Succo di pompelmo: euro 3
Comunicazione dell’offerta culturale della città (almeno per via cartacea) voto 4

e un link, per togliersi la curiosità su Spongano e altre storielle bolognesi: Da Il Codice Bologna